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Pensieri & Visione

Quello che ho capito crescendo tra videogiochi e sogni grandi

Prima che tutto diventasse facile, veloce e guidato, crescere con i videogiochi di una volta era un allenamento fatto di errori, tentativi, percorsi da intuire e voglia di andare avanti.

Bambino davanti a un computer vintage in una stanza anni ’80 con il logo ClaimCreative in stile arcade sullo schermo
Bambino davanti a un computer vintage in una stanza anni ’80 con il logo ClaimCreative in stile arcade sullo schermo

Ogni tanto mi capita di ripensare ai pomeriggi passati con i miei amici davanti a computer come Commodore 16/64, Amiga 500, coin-up, console e primi personal computer, tutti strumenti che hanno fatto parte della mia infanzia e crescita.

Oggi, a 51 anni, penso che non sia stato solo un modo per passare il tempo, ma involontariamente una scuola silenziosa.
Sono cresciuto con Super Mario Bros., Tomb Raider 1, Double Dragon e tanti altri coin-up.

Tre vite.
Nessuna spiegazione.
Nessuno che ti dicesse “tranquillo, ti aiuto io”.
Se sbagliavi, ricominciavi.

E oggi mi accorgo che quella semplicità era potentissima. La frustrazione era un allenamento.

Perdere faceva parte del gioco. Anzi, era il gioco. Non c’erano scorciatoie. Non c’erano modalità “facile”. C’era solo la ripetizione, l’osservazione, la strategia.
Quando penso a come affronto oggi le difficoltà, nella vita — nel lavoro, nei progetti, nelle scelte — mi rendo conto che quella palestra mi ha costruito dentro qualcosa.

Non mi spaventa dover riprovare. Non mi spaventa dover sistemare. Non mi spaventa non avere la soluzione immediata.
Perché, grazie a quei giochi, sono cresciuto sapendo che la soluzione si costruisce.

“Imparare a orientarsi senza frecce”. Con Tomb Raider ti perdevi davvero. Con Mario Bross dovevi ricordare corridoi, tunnel, porte.
Nessuna linea luminosa che ti guidava. Dovevi usare la testa. Memorizzare. Collegare. Intuire.
Oggi viviamo circondati da istruzioni continue. Indicazioni. Suggerimenti. Automazioni. E io, per primo, svolgo un lavoro che produce questi strumenti.
Ma quella capacità di orientarsi anche quando non c’era una mappa… quella me la porto ancora dietro.

C’era una cosa che oggi mi colpisce molto: i giochi finivano, e questo era un grande valore. Finivano davvero.
O perdevi, o vincevi. Ma c’era un punto.
Oggi molti mondi digitali, per i nostri piccoli — e anche per molti grandi — non finiscono mai, come Fortnite o Minecraft.
Loop infiniti. App con ricompense continue, senza fare nulla.

Noi, invece, imparavamo che ogni percorso ha una conclusione. E che arrivarci richiedeva impegno, memoria, immaginazione.
Questa cosa, senza che me ne accorgessi, mi ha insegnato a dare valore ai traguardi. A non cercare solo la stimolazione continua, ma la soddisfazione piena.

Era una continua gratificazione che non arrivava subito.
Riprovare un livello per settimane. Aspettare mesi per un gioco nuovo. Mettere da parte i soldi.
La ricompensa era lenta. Ma quando arrivava, era una goduria.
Oggi tutto è più veloce. Più immediato. Più intenso. Ma forse, proprio per questo, è più fragile.

Non vi sto scrivendo per nostalgia. Vi scrivo per consapevolezza.

Non penso che “prima fosse meglio”. Penso che fosse diverso. E che quel diverso abbia lasciato un’impronta.
Mi ha insegnato a non mollare quando qualcosa non funziona. A vedere i problemi come livelli. A sapere che la frustrazione non è un segnale di stop, ma di crescita.

Forse è anche per questo che oggi, quando mi trovo davanti a un problema, non penso: “È troppo difficile”.
Penso: piano A, B, C, D, E, eccetera, finché non risolviamo.
Penso: ok, dove ho sbagliato? Da dove posso ripartire? Proviamo in un altro modo?

Alla fine, credo che quei pomeriggi davanti a uno schermo mi abbiano insegnato molto più di quanto immaginassi.
E certe lezioni, ancora oggi, mi guidano.

Grazie Papà che mi hai sempre detto.. “Io non ci capisco nulla.. ma tu impara a usare queste cose.. prima o poi ti serviranno”
Anno 1989.

Articolo di

Sergio Carmigno

Articolo di

Sergio Carmigno